Lavoro notturno e a turni: rischi per la salute, obblighi e organizzazione dei turni

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Il lavoro notturno non è un'eccezione organizzativa. Ospedali, trasporti, logistica, impianti a ciclo continuo, servizi di sicurezza e commercio funzionano perché qualcuno lavora quando gli altri dormono. Per il datore di lavoro e per il medico competente questo comporta obblighi precisi e una valutazione del rischio che non può limitarsi al rumore o alla movimentazione dei carichi.

Quanto è diffuso

Lo IARC stima che circa il 20% dei lavoratori in Nord America, Europa e altrove sia impiegato al di fuori del turno diurno standard, con quote più alte nella manifattura, nella sanità, nel commercio al dettaglio, nei servizi e nei trasporti.

La voce "Working time" di OSHwiki, curata nell'ambito di EU-OSHA, riporta che un quinto dei lavoratori dell'UE-27, il 21%, ha dichiarato di svolgere lavoro notturno nel 2021, sulla base di dati Eurofound. La stessa fonte segnala che il lavoro notturno è più diffuso tra gli uomini che tra le donne (25% contro 17%) ed è più frequente tra i lavoratori autonomi e tra quelli con contratto temporaneo. Le occupazioni più esposte comprendono le forze armate, i servizi di protezione e sicurezza e le professioni sanitarie e di cura.

La valutazione IARC

Nel 2019 un working group riunito a Lione dal 4 all'11 giugno, composto da 27 esperti provenienti da 16 Paesi, ha rivalutato il lavoro notturno per l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC/OMS). L'esito è raccolto nella Monograph Volume 124 "Night Shift Work", pubblicata nel 2020, che aggiorna il precedente Volume 98 del 2010.

Il lavoro notturno è classificato come "probabilmente cancerogeno per l'uomo" (Gruppo 2A). La classificazione si basa su:

  • evidenza limitata nell'uomo, con associazioni positive osservate per i tumori della mammella, della prostata, del colon e del retto;
  • evidenza sufficiente negli animali da esperimento;
  • forte evidenza meccanicistica, che comprende immunosoppressione, infiammazione cronica e proliferazione cellulare.

Due precisazioni sono indispensabili per non usare male questa informazione. La prima: la classificazione IARC indica un pericolo (hazard), non un livello di rischio; non dice quanti casi siano attribuibili né a quali esposizioni. La seconda: l'Agenzia non formula raccomandazioni regolatorie. Tradurre il Gruppo 2A in misure aziendali è compito del datore di lavoro, del servizio di prevenzione e del medico competente.

I meccanismi ipotizzati

I meccanismi richiamati dalla valutazione IARC come base della forte evidenza meccanicistica sono immunosoppressione, infiammazione cronica e proliferazione cellulare. Sono processi biologici plausibili come vie attraverso cui l'esposizione può agire, e sono coerenti con il disallineamento tra i ritmi dell'organismo e l'orario di lavoro imposto.

Accanto a questo, il lavoro notturno agisce sulla sicurezza in modo più immediato: sonno ridotto e frammentato, prontezza inferiore nelle ore centrali della notte, maggiore difficoltà nei compiti di vigilanza prolungata.

Le definizioni normative italiane

Il D.Lgs. 66/2003 fissa le definizioni operative su cui si costruiscono gli obblighi.

Il periodo notturno è un periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l'intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino.

È lavoratore notturno:

  • chi svolge almeno tre ore del proprio tempo di lavoro giornaliero durante il periodo notturno in modo normale; oppure
  • in assenza di disciplina collettiva, chi svolge lavoro notturno per un minimo di ottanta giorni lavorativi all'anno, limite riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale.

La distinzione conta: la qualifica di lavoratore notturno attiva tutele che non si applicano a chi lavora di notte solo occasionalmente.

Sui limiti di durata, l'orario di lavoro dei lavoratori notturni non può superare le otto ore in media nelle ventiquattro ore.

La sorveglianza sanitaria

Sempre il D.Lgs. 66/2003 prevede che i lavoratori notturni siano sottoposti ad accertamenti preventivi e periodici di idoneità, a cura e spese del datore di lavoro, con periodicità almeno biennale.

Questo obbligo si somma, e non si sostituisce, all'impianto generale del D.Lgs. 81/2008, che impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi e affida al medico competente la sorveglianza sanitaria. In pratica significa che il lavoro notturno va trattato come un fattore di rischio da valutare nel documento di valutazione, con misure conseguenti, e non solo come una voce contrattuale.

Alcuni punti operativi:

  • censire con precisione chi rientra nella definizione di lavoratore notturno, distinguendolo da chi svolge turni serali;
  • documentare la periodicità effettiva degli accertamenti;
  • gestire in modo tracciato i giudizi di inidoneità al lavoro notturno e le conseguenti ricollocazioni;
  • coordinare la valutazione con quella dello stress lavoro-correlato, tema approfondito in prevenzione dello stress lavoro-correlato.

Sul ruolo e sui limiti della sorveglianza sanitaria, si veda sorveglianza sanitaria e medico competente.

Come si progettano turni meno dannosi

La voce OSHwiki "Working time" richiama la review di Bambra e colleghi su 26 interventi sull'organizzazione dei turni. Secondo quel lavoro i fattori più efficaci sono tre:

  • rotazione rapida anziché lenta, cioè pochi turni notturni consecutivi invece di lunghi blocchi;
  • rotazione in avanti (mattino-pomeriggio-notte) anziché all'indietro;
  • self-scheduling dei turni da parte dei lavoratori, cioè un margine reale di controllo sull'orario.

Sono indicazioni che riguardano l'organizzazione, non il comportamento individuale: nessuna informativa sull'igiene del sonno compensa un piano di turni costruito male.

Da qui alcune scelte concrete: limitare i turni notturni consecutivi, garantire un riposo adeguato dopo l'ultima notte, evitare cambi di turno con preavviso minimo, dare visibilità anticipata al calendario, prevedere una procedura ordinaria per lo scambio dei turni tra colleghi.

Un'avvertenza metodologica: l'healthy worker effect

La stessa voce OSHwiki richiama un problema che va tenuto presente leggendo i dati aziendali: l'healthy worker effect. La buona salute osservata nei gruppi di turnisti più anziani può essere un artefatto di selezione, perché chi tollera male il lavoro notturno tende a uscirne o a lasciare quella mansione.

Conseguenza pratica: se in azienda i turnisti con vent'anni di anzianità stanno bene, non è una prova che il sistema di turni sia sano. Bisogna guardare anche a chi ha smesso, e per quale motivo. Il tema si intreccia con l'invecchiamento della forza lavoro, trattato in team building intergenerazionale e sicurezza.

Informazione e formazione dei turnisti

Un ultimo punto, spesso trascurato. La formazione dei turnisti fallisce quasi sempre per ragioni logistiche prima che didattiche: sessioni programmate a fine notte, aule raggiungibili solo in orario diurno, contenuti erogati quando l'attenzione è al minimo.

Alcuni accorgimenti:

  • programmare le sessioni all'inizio del turno, non alla fine;
  • replicare gli stessi contenuti su tutti i turni, invece di concentrarli sul turno più comodo;
  • contare il tempo di formazione come orario di lavoro, sempre;
  • usare formati brevi e ripetuti, con verifiche di apprendimento distanziate;
  • trattare esplicitamente sonno, alimentazione durante la notte e rientro dopo il periodo di riposo, senza scaricare sul lavoratore la responsabilità dell'organizzazione.

Il lavoro notturno non si elimina in molti settori. Si può però progettare, misurare e sorvegliare con lo stesso rigore che si applica a qualsiasi altro fattore di rischio.

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